Pubblicato da Roberta Ramacciotti in Cronaca cortonese
AMICI A TEATRO MA NON SOLO
UN
POMERIGGIO DI ALTA QUALITA’
E’ un sabato sera a Cortona, uno di quei giorni di inizio febbraio
in cui il paese si ripiega su stesso rimanendo solo con la sua storia e la sua pietra.
Quasi nessun turista movimenta le vie, molte attività
commerciali e alberghiere sono chiuse, l’odore dei camini accesi caratterizza
la solita passeggiata ammazzatempo.
Ma stasera è diverso.
E’ previsto un incontro dei
componenti della compagnia del Piccolo Teatro di Cortona presso la sede sociale
di via Guelfa, un appuntamento molto atteso perché i soci sono chiamati a
presentare i loro scritti e a recitarli sul piccolo palcoscenico della sede o
semplicemente a recitare opere già note. Un’ occasione per la piccola comunità cortonese
per stare insieme, approfondire la reciproca conoscenza e confrontarsi.
Mia moglie parteciperà a questo spettacolo
con un suo pezzo scritto tanti anni fa. E’ la prima volta che si cimenta in una
recita davanti a un pubblico e la sua ansia cresce e mi contagia come un virus;
cerco di rendermi utile come posso riprendendola mentre prova per correggere
gli errori. Ma l’ansia cresce inevitabile.
Sono incuriosito; ho già assistito ad
alcune rappresentazioni del gruppo presso il teatro Signorelli rimanendo
colpito dall’ottimo livello della compagnia che non sembra neanche amatoriale,
ma non conosco tutti e li voglio osservare “da vicino” per capire bene cosa
sono in grado di “combinare”.
Vi dico subito che mi hanno sorpreso
piacevolmente; ho assistito a due ore di performance di altissimo livello,
ancora adesso faccio fatica ad assorbire pienamente tutto quello che mi è stato
proposto per le diversità degli argomenti trattati e per le differenti
capacità/abilità degli attori. Tutto questo in un ambiente familiare di persone
che si relazionano con semplice e naturale facilità.
Non voglio fare una cronaca puntuale
ma solo alcune considerazioni “sparse” e quindi non citerò tutti.
Gli anfitrioni dell’evento sono Ferdinando Fanfani e Vito Cozzi Lepri, il primo con un intervento generale di presentazione dell’attività del gruppo in quanto presidente, il secondo con una introduzione più tecnica, più mirata all’illustrazione del significato degli interventi che poi replicherà in ogni singola recita. E’ il padrone di casa e si avverte.
Inizia mia moglie Roberta e se la
cava. Il testo è giovane e simpatico, un affresco della Roma degli anni 70,
della contestazione e della vita che, in ogni caso, va avanti oltre qualsiasi
moda del momento. Una crescita personale che ho sposato.
Chiara comincia descrivendo le
scarpette rosa da running che usa correndo intorno a Cortona, da qui parte a
ritroso nella sua vita di bambina vispa e poi donna esuberante. Bellissimo
nella sua semplicità il parallelo tra tante scatoline nelle quali si nascondono
tutte le persone “normali” nella loro singola eccezionalità le quali devono
solo rendersi conto in concreto della propria unicità. Un’incursione nella
coscienza di Chiara che può esserlo anche nella coscienza di noi tutti. Un inno
alla normalità e il teatro visto come un modo di aprire la “nostra scatolina”.
Donella inizia recitando i primi versi
dell’Amleto di Shakespeare “Essere o non Essere”. Il gelo in sala per la paura
di dover ascoltare degli impegnativi e lunghi versi del geniale drammaturgo
inglese è corretto immediatamente dal suo viso sorridente che ci fissa e dice
“Paura vero?” E da lì comincia una cavalcata nella sua vita che ci avvicina a
lei e alla sua crescita con incursioni e battute divertenti ma anche tante
considerazioni che ne rivelano aspetti nascosti della personalità. Un bel
coraggio. Aggiungo che tutto questo è stato recitato a memoria con enfasi
sempre appropriate.
Ho assistito poi ad esibizioni di
attori “consumati”, piacevoli e preparati frequentatori di palcoscenici, ma,
sono sincero, mi hanno colpito di più la freschezza dei “novizi”, magari con
qualche errore o incertezza, ma carichi di un entusiasmo puro, di tensione
interiore che inevitabilmente hanno trasmesso alla platea.
E sarà forse un caso, ma non credo,
che le storie più intriganti siano quelle di tre donne, Roberta, Chiara e
Donella che “scavezzacollo” o “vispa” o “faticosa” da bambine/ragazze abbiano
saputo poi incanalare la loro energia strabordante, apparentemente eccessiva,
nella formazione di personalità interessanti e diverse.
Non posso non citare il pezzo
recitato da Azelio. La storia raccontata in prima persona da un toro spagnolo
che finalmente, dopo tanti anni di preparazione, entra in un’arena pieno di
aspettative ma subisce le terribili angherie e sofferenze che “l’uomo crudele”
gli infligge senza pietà per avere il suo misero spettacolo. Ci ha fatto
piangere. Anche questa è un’emozione.
Poi entriamo nella sezione “romana”
del piccolo e viene presentato un testo in dialetto pieno di quella pacata e
apparentemente leggera ironia romana che Mario Bocci interpreta magistralmente
strappando applausi a scena aperta. Grande merito all’autore Carlo Lancia che
ci ha trasportato nei classici pantagruelici pasti natalizi della famiglia media
italiana. Li conosciamo tutti, è indiscutibile e li abbiamo anche praticati.
Lo stesso Carlo ha vinto la paura del
palcoscenico trascinandoci in un simpatico monologo che, partendo da una
vacanza sull’adriatico ai giorni d’oggi, prevedeva poi ampie incursioni nella
mitologia greca e romana con un surreale andare avanti e indietro nel tempo.
Effetti esilaranti, battute al fulmicotone e tanta, tanta simpatia.
Aveva vinto talmente bene la
timidezza che siamo stati costretti a strapparlo dal palcoscenico. E la sera,
davanti a una pizza continuava ancora a recitare.
In definitiva, in una sala stracolma di spettatori interessati, ho avvertito emozione, energia, professionalità, felicità, tristezza; un pomeriggio intellettualmente interessante, ringrazio tutti per le sensazioni che mi hanno regalato e come sempre, da ultimo, ringrazio Cortona.
Fabio Romanello